SOGNANDO L’INDIA – IMPRESSIONI…

SOGNANDO L’INDIA

Impressioni di viaggio

fra realtà e fantasia

LETTURE

(Scelte da Luca Pivano)

DA

GUIDO GOZZANO

(Torino 19 Dicembre 1883 – Torino 6 Agosto 1916)

 

Da I colloqui (1911)

LA SIGNORINA FELICITA OVVERO LA FELICITÀ

I.

Signorina Felicita, a quest’ora

scende la sera nel giardino antico

della tua casa. Nel mio cuore amico

scende il ricordo. E ti rivedo ancora,

e Ivrea rivedo e la cerulea Dora

e quel dolce paese che non dico.

[…]

VIII.

Nel mestissimo giorno degli addii

mi piacque rivedere la tua villa.

La morte dell’estate era tranquilla

in quel mattino chiaro che salii

tra i vigneti già spogli, tra i pendii

già trapunti da bei colchici lilla.

 

Forse vedendo il bel fiore malvagio

che i fiori uccide e semina le brume,

le rondini addestravano le piume

al primo volo, timido, randagio;

e a me randagio parve buon presagio

accompagnarmi loro nel costume.

 

«Viaggio con le rondini stamane…» –

«Dove andrà?» – «Dove andrò? Non so…

vïaggio per fuggire altro vïaggio…

Oltre Marocco, ad isolette strane,

ricche in essenze, in datteri, in banane,

perdute nell’Atlantico selvaggio…

 

Signorina, s’io torni d’oltremare

non sarà d’altri già? Sono sicuro

di ritrovarla ancora? Questo puro

amore nostro salirà l’altare?»

E vidi la tua bocca sillabare

a poco a poco le sillabe: giuro.

 

Giurasti e disegnasti una ghirlanda

sul muro, di viole e di saette,

coi nomi e con la data memoranda:

trenta settembre novecentosette…

Io non sorrisi. L’animo godette

quel romantico gesto d’educanda.

 

Le rondini garrivano assordanti,

garrivano garrivano parole

d’addio, guizzando ratte come spole,

incitando le piccole migranti…

Tu seguivi gli stormi lontananti

ad uno ad uno per le vie del sole…

 

«Un altro stormo s’alza!…» – «Ecco s’avvía!

Sono partite…» – «E non le salutò!…» –

«Lei devo salutare, quelle no:

quelle terranno la mia stessa via:

in un palmeto della Barberia

tra pochi giorni le ritroverò…»

 

Giunse il distacco, amaro senza fine,

e fu il distacco d’altri tempi, quando

le amate in bande lisce e crinoline,

protese da un giardino venerando,

singhiozzavano forte, salutando

diligenze che andavano al confine…

 

M’apparisti cosí come in un cantico

del Prati, lacrimante l’abbandono

per l’isole perdute dell’Atlantico;

ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono

sentimentale giovine romantico…

 

Quello che fingo d’essere e non sono!

.

Alla sorella Erina.

Piroscafo Raffaele Rubattino.  Mar Rosso.

Mercoledí 28 [febbraio 1912]

Cara Erina,

eccoci alla fine di questo lunghissimo mare; la traversata (che durò da Suez quasi otto giorni) fu piú lunga di quella famosa degli Ebrei, ma credo fu piú divertente: abbiamo avute tutte le piú piacevoli emozioni, da quella biblica del Monte Sinai al quale siamo passati vicinissimi, a quella patriottica di Massaua dove fummo fermati dalla flotta italiana e due torpediniere di guerra, il Granatiere e il Garibaldino, ci scortarono tutto il giorno per tutelarci dai Turchi dell’Arabia.

Questa sera alle 10 si giunge ad Aden dove imposterò questa mia e spero di trovare vostre notizie. Le notizie nostre non potrebbero essere migliori. Salute piú che soddisfacente, non un accenno di mal di mare, non il piú piccolo disturbo.

Mi sono abituato al menu inglese, che non è poco! E questa vita metodica di bordo è veramente fatta per ristabilire in salute: credo lasceremo la nave con vivo rimpianto. Ormai siamo di casa e in ottima amicizia con tutti. Il caldo e la luce sono di un’intensità della quale non si ha l’idea, nemmeno nel mese di Agosto: eppure non abbiamo il minimo accenno di disturbo; forse per l’aria marina che mitiga l’afa.

È il trionfo dei magri, perché le persone un po’ floride sono ridotte all’inerzia completa e alla trasudazione a getto continuo… Siamo tutti vestiti di bianco, con abolizione completa di maglie; alla sera, però, bisogna fare mezz’ora di toilette e indossare lo smoking; è l’abitudine assoluta e anche in India, mi dicono, sarà cosí: di giorno in camicia e alla sera in abito da società…

[…]

Siamo un discreto numero di viaggiatori: parecchie Signore, ma tutte passatelle; quasi tutti inglesi che ritornano in India dopo aver fatto il viaggio in Europa: uno strano ambiente che ti descriverò a voce.

[…]

Saremo a Bombay al 5, con qualche ritardo per le formalità e gli arresti fuori itinerario dovuti fare nei paraggi della guerra; per un’altra settimana intera non avrete notizie, ma sappiate che meglio di cosí non sono stato mai! Dimmi anche se al ritorno dovrò portare delle penne di struzzo: se ne vedono su tutte le coste d’Arabia delle bellissime, bianche, gregge. Le Signore nostre compagne ne comprano molte.

Suona la prima campana di pranzo e bisogna correre a vestirci. Sono le sei e mezzo di sera; penso che a Torino è mezzogiorno: ci sediamo a tavola con un’ora cosí diversa. Che cosa strana!

Dirai a Francesco che spero di portargli una messe di francobolli meravigliosi. Bacia lui e tutti per me! Ti raccomando Mamma e sue dettagliate notizie.

A te, con Pippo e Mamma Giordano un abbraccio affettuosissimo.

Gustavo

.

Da Verso la cuna del mondo – Lettere dall’India (1917)

LE GROTTE DELLA TRIMURTI

Bombay, 8 dicembre 1912

Garapuri: «città degli antri o Deva Devi, isola degli Dei», quella che gli occidentali chiamano Elefanta: è forse la piú bella gita che offra Bombay, certo quella che unisce in minimo spazio i motivi esotici piú interessanti pel forestiero. Ma difficilmente un inglese, un nativo tanto meno, la propone al suo ospite. […] E veramente non si viene in India per questo. […] Gli inglesi vanno ad Elefanta per due cose soltanto: mangiare e fare all’amore. Il vaporino che supera le sei miglia di mare dall’isola di Bombay all’isola di Elefanta, è in gran parte occupato da famiglie merendanti e da coppie amorose: viaggio al paese di cuccagna, embarquement pour Cithère

* * *

Ma oggi non è domenica, […] e l’immensa rada di Bombay non è paralizzata dall’inesorabile riposo festivo, offre tutta la policromia […], la bellezza varia della sua attività. Dobbiamo attraversare il porto della grande metropoli asiatica; la lancia passa come un moscerino ronzante tra i fianchi delle navi: navi di tutta la terra: inglesi, francesi, olandesi, giapponesi, australiane, americane; di tutti i tempi: colossali alcune, nuove, intatte, saggio imponente dell’ultima civiltà; altre di forma arcaica, di età non definibile, zattere immense con una sola grande vela, che osano attraversare l’Oceano Indiano dall’Africa all’India, affidandosi per lunga esperienza a quel dato soffio di monsone in quel dato giorno stabilito: velieri decrepiti, che ignorando l’istmo di Suez, troppo esoso di tasse per azzardarvi il passaggio, ripetono il loro viaggio secolare circumnavigando l’Africa, l’Arabia, la Persia; velieri panciuti, d’una tinta uniforme di vecchio legno fradicio, dalle vele gialle a sbrindelli e a rattoppi, cosí decrepiti che fanno pensare alle galee portoghesi che ripararono per la prima volta in Buona-Bahia (Bombay), ai negrieri, ai pirati che furono per tanti secoli i signori indisturbati di questi mari e di queste terre.

[…]

Tutto il porto dà il senso della schiavitú, ma non è un senso penoso. […] Sulle navi, da nave a nave, su corde tese, su scale pendule, su palafitte, è un brulichio di forme nere; tutti indú di bassa casta, che vanno, vengono in file ordinate ed opposte come le formiche, o si passano dall’uno all’altro, in catena, le gerle di carbone, le balle di cotone, i caschi di banane, le casse di spezie. È strano come questa misera, infima gente abbia innata la scienza della grazia, l’armonia del passo, del gesto, dell’atteggiamento. Tutti cantano lavorando, com’è costume nelle città orientali. È una melopea a denti chiusi, che nell’attimo dello sforzo o dell’intesa si accentua con un ritmo piú forte e produce nell’insieme l’effetto di una orchestra ronzante, monotona, non priva di dolcezza.. Ci sono donne tra quegli infelici; sono ignude, con un panio alle reni, ma si stenta a riconoscerle; quasi tutte son vecchie; il tempo, la fatica hanno riassorbito il seno, fatte angolose le spalle, rudi le braccia, maschile tutta la persona. Infelici? Forse no; certo meno infelici, dacché l’europeo li ha emancipati dalla crudeltà delle caste. Poiché quasi tutti sono paria, cioè «non salvabili», da meno dei corvi e dei cani, creature che si potevano uccidere impunemente, poiché fuori dal ciclo evolutivo, escluse per l’eternità da ogni speranza, dannati in vita e in morte per la sola colpa di essere nati. Ora la maggior parte ha sul petto di bronzo la scapolare, ha nel cuore, rozza ed incerta, ma consolante, l’idea di una possibile salvezza, la speranza di poter pretendere dalla morte ciò che non ha dato la vita.

* * *

Il porto interminabile ci resta a poco a poco alle spalle: dirada la selva dei piroscafi, dei velieri, delle giunche; qualche zattera vaga ancora sul mare di stagno, sul quale emergono frequenti le pinne dorsali degli squali o balzano improvvisi, a frotte, i pesci volanti. Cielo e mare si confondono in una calma eguale, senza limiti, incolore. Si ha l’impressione di navigare nel vuoto; al tempo delle origini, […] quando le acque e i cieli immobili dovevano avere questo silenzio di attesa.

Ma d’improvviso, come sospesa nello spazio, disegnata sopra una parete di cristallo, si profila l’isola di Elefanta, tutta verde, e dopo l’isola la fascia fulva della terra ferma coronata dalla catena dei Gati: il Bor-Ghat, una muraglia eccelsa di basalto sanguigno. […]

Sono le dieci del mattino. Il caldo è cosí soffocante che la corsa della lancia non dà refrigerio. Il sole, pure attraverso la doppia tenda, si fa sentire sulla fronte, contro le gote, con l’ardore di un braciere troppo vicino. […] Il caldo provoca i miraggi, scompone l’aria, la fa vibrare, oscillare tremolante all’orizzonte; l’isola d’Elefanta, già prossima, s’addoppia, si riflette, […] s’avvicina, s’allontana, scompare.

Quando riappare, siamo giunti. E finalmente approdiamo alla riva.

* * *

Risaliamo la collina che s’innalza ripida sul mare: due cose sono interessanti in quest’isola: non il lunch e l’amore degli inglesi domenicanti, ma la vegetazione e i templi famosi. Per la prima volta, dacché sono a Bombay, vedo in libertà selvaggia la flora tropicale. […]

Qui è la natura soltanto, la flora demente, senza freni e senza nome. […] A tratti la vegetazione s’intreccia sul nostro capo, forma un corridoio verde, dove il sole giunge tremulo come nei paesaggi sottomarini. Tra i fusti bianchi e flessuosi dei cocchi, tra i fusti neri, diritti come colonne delle palme-palmira, è il groviglio delle liane che allacciano d’albero in albero tutta la foresta, e fanno dell’isoletta un fascio di verzura emerso dal mare.

Vorrei uscire dal sentiero, internarmi sotto gli alberi, nel refrigerio della notte verde, ma i boys e gli amici si oppongono recisamente: è l’ora calda, l’ora dei cobra, e i cobra abbondano nell’isola sacra.

A metà della collina s’apre il tempio famoso. È un ipogeo che […] consta di varie grotte scavate in una pietra nera, simile al porfido. Le colonne si moltiplicano all’infinito, pendono spezzate dalla volta tenebrosa, o s’innalzano monche come stalattiti. […] Sebbene mutilato dai millenni, dalle infiltrazioni e dalle frane, dal fanatismo mussulmano e portoghese, presenta ancora una sintesi completa e imponente dell’olimpo brahamino; olimpo complicatissimo, difficile da chiarire per chi non ha speciali attitudini nel collegare le parentele numerose. Domina nella grotta principale un altorilievo di forse quindici metri, raffigurante un corpo formidabile a tre teste, la Trimurti famosa: Siva che crea, Wisnu che conserva, Rudra che distrugge. Ma questa trinità s’incarna all’infinito, si trasforma nei bassorilievi dei porticati semibui in mille altre figure, animali ed umane, che nel gesto e negli atti denunciano il gusto di un simbolismo aberrante. […] Ovunque, nel tempio, impera il Civa-Lingam, ed è strano questo simbolo procreatore in una religione dove il supremo bene è il non essere nati, o essendo nati annichilirsi al piú presto. Ma è certo il mio cervello profano d’occidentale che non comprende l’occulto senso della pietra scolpita. L’impressione tuttavia di questo ipogeo troppo vasto, umido, oscuro, non animato che dallo squittire dei pipistrelli e dallo stillicidio delle infiltrazioni, è tetra, non religiosa. Queste figure, ad esempio, che ricorrono su tutte le arcate d’ingresso e rappresentano uomini armati recanti il sesso nella mano protesa, e al posto del sesso un teschio che ride, dànno veramente un brivido d’orrore. E quelle altre, che sembrano balzare dalle pareti, precipitarsi furibonde contro i poveri mortali, armate di clave, di lancie, di braccia multiple per meglio ferire, dànno il senso dell’idolatria paurosa; vien fatto di domandare a questi numi il perché di tanto furore e cos’altro ancora riserbino ai miseri mortali peggiore della vita, peggiore della morte. […] E davvero chi viene d’Europa dopo aver sfogliato i sacri testi indiani e aver chiesto qualche ora di conforto alle sublimi speculazioni dei Veda e degli Upanesed, resta deluso e sdegnato dinanzi a questa teogonia barbara e selvaggia. Ma è il destino fatale di tutte le religioni che diventano culto, di tutte le fedi che si fanno pietra, metallo, colore, forma: idolatria.

A queste malinconie certo non pensano i visitatori dell’ipogeo d’Elefanta: sulle trenta mammelle della dea Dassavi, sulla tiara delle Apsare, sulla fronte ampia, elefantina di Ganesa, il temperino ha segnato nomi, date, cuori trafitti, ghirlande di rose all’amore che passa. Precisamente come da noi.

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Alla sorella Erina.

Kandy – Ceylon (India)

[marzo 1912]

Cara Erina,

con Mamma Giordano vi unisco nel mio ricordo, perché mi siete ugualmente care. Spero avrete avute le mie notizie precedenti. Solo oggi ho avuta una lettera di Mamma rimbalzata da Bombay (data da Torino 23 febbraio). Vi scrivo su cartoline imbustate perché sciolte non arrivano, ma nessuna fotografia può riprodurre l’orgia di vegetazione meravigliosa che ci circonda. È un vero eden, che entusiasma anche me, cosí poco facile alle esaltazioni.

Abbiamo avuto dal prof. Castellani (una celebrità medica che tiene fra questi inglesi il posto che tiene Murri in Italia) due inviti a pranzo; si mise a completa nostra disposizione, ci fece fare in automobile un giro di mezza giornata; tutto questo un pochino nella speranza d’un articolo su di lui nell’Illustrazione Italiana, a proposito dei suoi studi sulla malattia del sonno. Perché fra le altre delizie c’è qui un malanno che fa dormire per sei mesi di seguito. La stagione micidiale per gli Europei comincia alla fine di Maggio e verso la metà dovremo abbandonare quest’isola incantevole, anche per l’anemia delle tasche che qui procede in modo spaventoso…

Non già che i prezzi siano incredibili; costa quanto in Svizzera o in Riviera, ma tu sai per esperienza le tariffe degli Hôtel. Quindi alla fine di maggio saremo di ritorno.

Perdonate la fretta di questa mia, ma parte quest’oggi il corriere d’Europa e devo imbucare. Vi abbraccio! Salute ottima; morale ottimo!

Vi abbraccio.

Gustavo

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Da Verso la cuna del mondo – Lettere dall’India (1917)

IL VIVAJO DEL BUON DIO

I Signori dell’India non sono gl’Indiani. E non sono nemmeno gl’Inglesi. I signori dell’India sono gli animali. I corvi, anzi tutto; è l’impressione visiva e auditiva che si ha subito, appena sbarcati in una delle grandi Capitali: Bombay o Calcutta, Madras o Rangoon. Incredibilmente numerosi, piú numerosi dei colombi di Venezia, i corvi brulicano, nereggiano ovunque: nel porto, tra le balle di cotone e di spezie, nelle belle vie alberate di cocchi, nelle grandi piazze moderne; si dissetano, si bagnano starnazzando nelle vasche monumentali, orlano di nerazzurro i capitelli, le cimase, le guglie della frastagliata architettura gotico-indiana. Se gli avvoltoi sono i necrofori, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, contro i quali non vi difende nessun policeman volenteroso. Il viaggiatore, che è innalzato in lift ad una delle linde stanzette degli immensi hôtels tropicali, resta sbigottito dinanzi agli avvisi delle pareti: Guardarsi dai corvi – Abbassare le grate prima di uscire – Non abbandonare gioielli – Il padrone non prende responsabilità di sorta. Sembra incredibile, ma ci si ricrede il giorno stesso. Ecco, sono le quindici, l’ora della siesta e del torpore. La città immensa è addormentata: nessuno, nemmeno un indigeno, attraversa la grande piazza, dove il sole avvampa, abbaglia, trema, facendo fluttuare in uno strano paesaggio subacqueo i tronchi dei palmizi, il monumento alla Regina Vittoria, le guglie della Cattedrale. In ogni stanza dell’albergo un europeo sogna la Patria lontana, resupino sotto il refrigerio dell’immenso ventilatore. Silenzio. Non s’ode che il ronzio del congegno. […] Il sonno viene quasi subito, ma quasi subito ci sveglia uno strano romore. E allora, attraverso le ciglia socchiuse, si assiste a questo curioso spettacolo: un corvo scosta la stuoia pendula della grande finestra, sosta sul davanzale, esplora la stanza tranquilla, balza leggiero sul pavimento; un altro ripete il gesto, un altro ancora. Quattro, cinque messeri saltellano cauti sull’impiantito. Sono corvi [...] piú piccoli dei nostri, snelli, nerazzurri, con una penna bianca nell’ala estrema, cosí buffi di forme e di movenze! Saltellano, avanzano in fila, cauti, l’uno proteso in avanti, l’altro eretto verticale, in vedetta, l’altro claudicando, sbilenco, simili veramente alle caricature della favola, degni eroi di Esopo e di La Fontaine. Nelle cucine, nei magazzini, i corvi entrano per ingordigia, ma in queste stanze linde, odorose di ragia e di bucato, non li attira che il demone della curiosità., del rischio, del ladroneccio. E i cinque ladruncoli s’arrestano ammirati, fanno cerchio intorno alle bretelle pendule da una sedia, tentano coi becchi le fibbie lucenti, tirano concordi, finché bretelle e calzoni precipitano e questi cominciano a peregrinare sul pavimento, tirati a ritroso da cinque becchi robusti. Allora scagliate la ciabatta prossima, o il volume che s’era addormentato con voi, pensando uno starnazzar d’ali o una fuga precipitosa; ma i corvi, prima che il proiettile giunga, si salvano con un balzo, s’innalzano silenziosi verso il soffitto, si posano in bell’ordine sull’asta somma della zanzariera. Aprite tutte le vetrate, li invitate ad uscire, li minacciate con l’ombrello – troppo breve! – ma quelli non si decidono, sanno benissimo che non siete né un bramino, né un buddista, e che, passandovi a tiro, spezzereste loro, senza rimorso, le ali od il cranio. Allora, disperato, suonate, chiamate il boy. Il boy sorride indulgente, vi prega di deporre l’ombrello, batte le palme protese e i cinque appollaiati – riconosciuto l’uomo che non uccide – attraversano ad uno ad uno la stanza, escono silenziosi.

[…]

Le scimmie contendono ai corvi il dominio delle città indiane, ma non infestano come quelli i quartieri europei, vivono nei sobborghi, nelle città nere, nei templi ruinati. E dai coloni sono piú detestate dei corvi. Una frotta quadrumane può in una notte scoperchiare una villa, togliendo, per gioco, tutte le tegole, passandole da mano a mano, andandole ad accumulare in fondo ad un sotterraneo o sulla sommità di un colle, a qualche chilometro di distanza; altre volte saccheggiano un giardino, lo spogliano di tutto: frutti acerbi, fiori, foglie, per solo malvagio istinto di distruzione. E sono le tiranne dei mercati, dove i fruttivendoli si rassegnano per esse ad una decima gravosa. Intorno alle grandi piramidi di banane, di manghi, di mangustani, di catie, s’aggirano le scimmie polverose, pronte ad allungare la mano, noncuranti della sferzata inflitta dal ragazzetto custode. A sera tutte le lunghe vie dei sobborghi hanno le grondaje ornate di code pendule; ma se passa un europeo, un’automobile, una cosa nuova qualunque, le code scompaiono, fanno luogo ad altrettanti musi protesi verso la via, con la bocca digrignante in uno spasimo di curiosità.

[…]

Ed ecco le creature enormi, le piú simpatiche di tutte: gli elefanti. Completano il paesaggio indiano, hanno una laboriosità, una bontà che commuove, una intelligenza che confonde. Elefanti di lusso, destinati a cortei nuziali o religiosi, tatuati a colori come vecchi cuoi di Cordova, gualdrappati di velluto, di sete pesanti, con non altro libero che le zampe, la proboscide, le orecchie zebrate; elefanti da lavoro, piú intelligenti ancora, vecchissimi alcuni: dalla pelle rugosa, logora, troppo abbondante per la mole dimagrita dalle fatiche d’un secolo e piú, elefanti che hanno visto tre generazioni d’uomini e che lavorano oggi per le case degli usurpatori biondi. S’incontrano per le strade di campagna, a coppie, non accompagnati da nessun cornac, percorrono da soli, a piccolo trotto, dieci, quindici chilometri di strada ben conosciuta, trasportando sul dorso o tra le zanne e la proboscide tronchi colossali, colonne, cubi di granito; li depongono a destinazione, rifanno di corsa il cammino per ricevere un altro carico. Il loro passo s’annunzia di lontano con un rombo sordo; se incontrano un europeo retrocedono, scendono ai lati della strada, lasciando libero il passo; e protendono – se l’hanno libera – la proboscide, con gesto di preghiera. Se ricevono una monetina – un anna, mezz’anna – sostano alla prima bottega campestre, la depongono per avere in cambio dall’indú una foccacina di riso muffita o un casco di banane fracide. La loro intelligenza è inaudita, imbarazzante: nell’occhio microscopico, quasi perduto nella mole della testa, s’alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che dico, che intuiscono ciò che penso; e non so come dimostrare loro la mia fraterna simpatia: le mie mani giungono appena ad accarezzare la proboscide ruvida come un tronco, l’estremità delle orecchie logore, strappate come vecchie gualdrappe di cuoio.

[…]

L’Inghilterra […] tollera anche l’Ospedale degli animali, in Bombay. […] L’ospedale degli animali – un recinto-parco che costa centinaia di migliaia di rupie – accoglie tutti gli animali ammalati perché possano guarirvi o morirvi in pace. Lo spettacolo (e il fetore!) è tale che l’europeo non s’indugia a lungo; falangi di bestie da soma: ronzini di piazza, bufali, zebú ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, coperti d’ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi, senza pelo: una parodia lacrimevole dell’Arca salvatrice. La nostra pietà occidentale insorge, domanda sdegnata perché non si dà a quelle povere bestie il colpo di grazia, addormentandole con una doppia dose di cloroformio.

–         Perché non si ha il diritto di spezzare una vita, qualunque essa sia.

–         Ma vivere a che?

–         Per soffrire.

–         E soffrire a che?

–         Per divenire, per accrescersi, per allontanarsi sempre piú dalla materia attraverso il peso della materia, per spegnere nella ruota d’infinite incarnazioni, il desiderio di esistere: questo peccato che ci condanna a ritornare in vita.

E se fosse vero? Se veramente noi non fossimo il Re dell’Universo come la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l’uomo non fossero che graduazioni varie dello spirito, della stessa forza immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che ignoriamo e che non è forse se non la pace dell’Increato?

Retorica elementare, fatta odiosa da tutti i trattatelli teosofici, ma che, esposta con brevi parole da questo guardiano dal volto ascetico come un San Francesco di bronzo, non ci può far sorridere come il nostro orgoglio occidentale vorrebbe.

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Alla sorella Erina.

Hôtel Suisse & Richmond Villa

Kandy – Ceylon, 3 aprile 1912

Carissima Erina,

riceviamo or ora un espresso dell’Agenzia che modifica il nostro itinerario e lo abbrevia di un mese. In risposta ad una nostra antica richiesta (di quando ancora si era a Bombay) ci hanno fissate due cabine per il 15 aprile. Dopo aver goduto la bellezza di Ceylon ed esserci cosí deliziosamente insediati in quest’Hôtel, la notizia non ci fa piacere alcuno… anzi. Ma rifletto – per consolarmi – che l’anticipo del mio ritorno aggiusta molte cose: abbrevia l’ansietà e il tormento di Mamma (e questo è già tutto); concede la libertà a te che suppongo stanca parecchio e ti permette la cura di Salso; potrò provvedere a Renato e pensare ai miei casi letterari e finanziari. […] Io sarò a Torino il 6-7 maggio. Che cosa si fa? Andremo direttamente ad Agliè? È meglio, anche per sottrarmi agli amici e ai giornali ai quali avevo promesso corrispondenze di tutti i generi – per avere le tessere – e non ho mandato una sola parola. […] Certo è un vero strazio lasciare quest’isola fantastica come uno scenario teatrale e lasciare quest’Hôtel dove ci troviamo da principi pagando da… letterati; ma penso che faremo una traversata ancor buona, mentre da Maggio in poi il mare indiano diventa un vero inferno, a detta di tutti.

Ci godiamo questi ultimi giorni di paradiso terrestre con lunghe passeggiate fra le foreste. Ai 15 saremo a Bombay pel supremo addio. Basta, a voce un’infinità di cose. La salute è ottima sempre e cosí pure quella di Garrone. Davvero suo fratello non deve pentirsi di avergli concesso questo viaggio.

Salutami Pippo, baciami i piccoli e Mamma Giordano e a te un bacio affettuosissimo.

Gustavo

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Da Verso la cuna del mondo – Lettere dall’India (1917)

LA DANZA D’UNA DEVADASIS

Madras, 9 gennaio

Per i buoni offici del dottor Faraglia assisteremo questa sera alla danza d’una Devadasis: una bajadera d’alta casta, ospite in una famiglia indiana tra le piú ligie al passato e le meno accessibili alla curiosità del forestiero.

Una bajadera: il nome suscita nella mia ignoranza occidentale una serie d’immagini assolutamente false: complici i libri d’avventura, le oleografie, i melodrammi, l’operetta. Bajadera, odalisca, cortigiana… una di quelle signore, insomma, di quelle signore d’Oriente, preferibilmente bruna, che nella nostra fantasia associamo a personaggi femminili favolosi e dissoluti: a Thais e Semiramide, a Cleopatra e a Salomè, tanto per dire. […] Bisogna rinunciare a questo preconcetto. […]

Una Devadasis (ancella della Dea) cioè una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobiltà millenaria, poiché non può essere figlia che di una bajadera, come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. […]

Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, non ha bisogno d’imparare le lingue sacre: il sanscrito, il pali, le sono famigliari sin dall’infanzia; le strofe dei Pouranas, i poemi storici e sacri dell’India, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi si muovono istintivamente ad un ritmo di danza, le sue prime parole ad un ritmo di canto e di poesia. […] Prigioniera nel tempio fino a quindici anni, cresce tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l’alte mura vigilate dagli elefanti di pietra. […] Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei la viva scultura del tempio.

Il fiore della sua bellezza, appena pubere, può, deve anzi, essere raccolto da un protettore di stirpe nobile, un nabab, che sarà legato a lei, ufficialmente, con un vincolo sacro e indissolubile. Un legame che non le impedisce peraltro di attendere al culto di Ramba-Devi, la Venere del paradiso di Indra, offrendosi a tutti i devoti d’alta casta che paghino un obolo al tempio. […]

Ohimè! A questo punto un occidentale non si ritrova piú e pensa che nel suo paese […] una simile condotta non si addice di certo a chi vive in un tempio, ma piuttosto a chi pratica un mestiere assai meno mistico e rispettabile.

Ma tutto è questione di latitudine. Latitudine nello spazio e nel tempo. Sono i venti secoli di cristianesimo che dinanzi a tali consuetudini ci fanno arrossire di pudore o sorridere di malizia. […]

Noi, devoti della Madre di Dio, nutriti da una morale che afferma lo spirito e nega la carne, ci ribelliamo ad un culto che vive di stimoli erotici.

Per questo non possiamo comprendere una Devadasis, né definirla. […] Semplicemente arrossiamo di pudore o sorridiamo di malizia.

* * *

[…]

La danza è già cominciata quando prendiamo posto nelle prime panche a noi destinate; ho la fortuna d’avere dinanzi, a pochi passi, la danzatrice famosa. M’aspettavo di vederla ignuda o quasi, invece è la piú vestita tra questa folla seminuda; ed è certo piú vestita di una nostra signorina per bene in una serata di famiglia. Una snellezza alla Rubinstein, non so se illeggiadrita o ingoffata da un costume singolarissimo, formato di sete, di velluti, di tulli sovrapposti, che lasciano ignude le spalle e le braccia; ma dalle spalle alla gola, dalle spalle alle mani, è uno scintillío di gemme (oro e gemme autentici, perché cosí è prescritto dalla regola monastica), tutto un tesoro che tremola e corrusca sulla fine epidermide bruna: oro giallo del Coromandel, perle di Manaar, rubini, smeraldi, zaffiri di Ceylon; e dalle stoffe, dall’oro, dalle gemme emergono ignudi soltanto le mani, i piedi perfetti ed il volto. Quel volto! Non ho piú potuto distoglierne lo sguardo, per quanto appariva perfetto e armonioso: […] troppo bello, persino, […] se non fosse che si agitava scomposto dai sentimenti dell’anima. Il gioco mimico era cosí espressivo che temetti per qualche secondo che la donna fosse furente contro di noi. Ma non era furore, era invece dolore, ansia mortale che s’accresceva viepiú, […] deformandole i tratti del viso in una sorta di spaventosa agonia.

[…]

La Devadasis non danza, s’avanza e retrocede con un ritmo prestabilito, seguendo le strofe dei musici […] che stanno seduti sulle stuoie e suonano stromenti singolari: enormi mandole dal lungo manico ricurvo, flauti affusolati, strani tamburi oblunghi che […] imprimono al ritmo una cadenza pulsante e febbrile. Nessuno canta, ma tutti, musici e spettatori, sillabano a mezza voce i versi del poema sacro che la bajadera ripete a suo modo col gesto. Ma piú nulla si sente, piú nulla si vede che la maschera ovale, il sorriso triangolare, gli occhi già troppo lunghi, prolungati dal bistro fin sotto la benda dei capelli compatti, lucenti come scolpiti in un ebano raro; una maschera che sembra staccarsi dalla persona, fa parte a sé come un’evocazione spiritica; e spettrali veramente sembrano le mani, che […] all’estremità delle braccia immobili, s’agitano con un movimento vertiginoso di rotazione e distorsione che sembra sconvolgere ogni legge anatomica; evocando – mi dicono – la scena di un dramma simbolico, a cui fanno da sfondo la riva del Gange e il paradiso di Indra. Il mio sguardo profano, ignaro di quell’arte, non può […] godere dell’incantesimo, né mi è dato capire una sillaba del testo famoso, ma ne avverto comunque la vibrante emozione, che la mimica esprime con un’intensità che dà il brivido: brivido d’amore, brivido di morte. La donna arrovescia il capo, lo rialza; ora il suo volto è calmo, è uscita dalla ruota dell’esistenza, è giunta nel regno dell’impossibile: il non essere piú; la grazia le è stata concessa nell’amplesso del Dio. […]

Il pubblico […] ha seguito ogni sillaba, ogni moto della Devadasis con un’attenzione sconosciuta nei nostri teatri europei. Ma non è attenzione soltanto: è passione, è religione, è trasporto di tutte queste anime verso il tesoro della loro poesia. Poesia! […] Ora è meraviglioso il vedere come poemi di tre, di quattromila anni or sono accendano di fervore tutta una folla, nessuno escluso: il mercante di spezie e il Marajà, il monello e la donnicciuola; tutti sono presi nello stesso cerchio magico, assorbiti da un’arte che non è sentimento soltanto, ma che si fonde con la fede piú intensa. […]

* * *

Dopo l’ultima sillaba la Devadasis raggiunge con un balzo il tappeto, si siede con un sospiro di sollievo come una scolaretta in riposo. Le siamo intorno rispettosamente, per osservarla. […]

Chiedo al dottor Faraglia – l’unico che conosca l’industani – di rivolgerle una domanda per me. «Le dica che deploro di non aver capito una sillaba dei suoi poemi. Le domandi in quanti anni potrei imparare il sanscrito, il pali, il giaïna».

La donna ascolta il dottore, poi mi fissa, ridendo, alza le dieci dita ben tese. Dieci anni! Ohimè, no! Non ne vale la pena! E penso che superata pur anche una tale fatica, padrone degli idiomi difficili, resterei estraneo all’essenza profonda dei testi piú sacri. Mi divide da essi una barriera piú insuperabile del linguaggio: ed è lo spirito diverso, la fede opposta. L’occidentale, che ritorna in India, non riconosce piú la sua cuna.

Come noi, questi Indú sono ariani del nostro medesimo ceppo, fratelli nostri, ma fratelli che rifiutano di tenderci la mano. Siamo troppo diversi. Ci dividono troppi millennii. Da troppo tempo ci siamo detti addio.

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Alla madre.

Colombo, 9 aprile 1912

Carissima Mamma,

siamo in gita a Colombo, la capitale, per combinare la nostra partenza. Abbiamo presi i biglietti per Bombay di dove partiremo il 15 o il 25 Aprile, cosí che ai primi di Maggio o al 15 di Maggio sarò in patria. E certamente prima della tua festa ci riabbracceremo. La salute è buona sempre, Ceylon è un paradiso che non stanca mai, ma penso che ho dei doveri a casa e non voglio protrarre oltre la tua inquietudine e la tua attesa. Spero avrai ricevuto le mie lettere con maggiore regolarità ch’io non riceva le vostre. Son certo che mi scriverai sovente e a lungo, ma quel rimbalzo da Bombay le fa deviare e ritardare in modo spaventoso. Passando da Bombay e altri porti, riscuoterò la posta che si sarà arrestata. Intanto sarà prudente che indirizziate la vostra a Catania, in Sicilia, perché non ci troverebbero piú qui.

Arriverò in tempo per iniziare con te la campagna alladiese e ti confesso che dopo la bellezza di vegetazione troppo gigantesca e troppo mostruosa di Ceylon penso quasi con sollievo al verde mite e riposato del Canavese. Spero passeremo un’estate quieta e quasi serena. Vedrai!

Intanto fa coraggio in queste poche settimane che ci dividono e pensa che ogni ora ci riavvicina di molti chilometri. Per ingannare l’attesa, segui il battello sulla carta geografica; io farò altrettanto.

E sta certa che se tu sei impaziente di riabbracciarmi, io lo sono non meno di te.

Molti baci con Renato.

Gustavo

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Da Verso la cuna del mondo – Lettere dall’India (1917)

AGRA: L’IMMACOLATA

Agra, 17 gennaio

Ad Agra, piú che a Delhi, si può rivivere un’ora nel passato favoloso dei Gran Mogol. Se l’ultimo di essi, Shah-Jehan, s’alzasse dal suo mausoleo e prendesse per mano la sposa dilettissima, Montaz-i-Mahal, e uscissero entrambi dalla reggia funeraria, il Tai-Mahal, ritroverebbero riconoscibile ancora la città dei loro splendori, e rispettati dal tempo e dagli uomini i loro palazzi magnifici. Palazzi uniti, sovrapposti, innalzanti a settanta metri il loro vario profilo, […] la cui grazia leggera fiorisce in alto, dall’altra parte, verso il fiume Giumma e la pianura sconfinata. Della città vedo soltanto le basi di arenaria rossigna, le mura ciclopiche, le torri possenti, destinate alla difesa e all’offesa: […] villaggi muniti e fortificati dove quei tiranni dall’anima di guerriero, di artista ed asceta, adunavano quanto potesse appagare i sensi e lusingare gli spiriti; […] una città regale sospesa sulla città del popolo, che serviva prono, abbacinato da tanto splendore.

[…]

Agra, 18 gennaio

Oggi, costeggiando le rive del Giumma, contemplo dal basso il maniero ciclopico e stento a ritrovare con gli occhi le loggie, le verande di trina marmorea, dove ieri ho sognato a lungo nel tramonto di brace. I palazzi di marmo incantato appaiono come un sottile frastaglio niveo alla sommità della mole rossigna, la quale esisteva già mille, già duemila anni or sono, ai tempi delle origini braminiche, ai tempi dei re Giaina e Pali. I Gran Mogol, ultimo giunti, sovrapposero alla mole espugnata la loro dimora aerea, ed il granito fulvo della fortezza ciclopica fiorí di marmi candidi nell’azzurro del cielo.

Oggi i signori e le belle d’allora dormono al piano in un’altra reggia, quella dei morti, piú meravigliosa della reggia dei vivi: il Tai-Mahal.

Il Tai-Mahal! M’avvio al miracolo dell’Oriente con la mia diffidenza consueta per le cose troppo magnificate dalla leggenda. E mi preparo alla delusione entrando nel vasto parco alberato di una vegetazione cimiteriale: palmizi e cipressi. […] Ed ecco, d’improvviso, la meraviglia unica del mondo. Poche volte la realtà ha superato la mia aspettativa, poche volte una bellezza m’ha investito cosí violentemente, mozzandomi la parola ed il respiro, forzandomi all’ammirazione ed alla riverenza completa.

Sullo scenario a due tinte, l’azzurro del cielo e il bronzo cupo dei cipressi, s’innalza la piú immacolata e gigantesca mole sognata da questi sultani amici del candore. Una semplicità che sfugge alla parola e all’indagine estetica. Sullo zoccolo immenso una cupola eccelsa, e ai lati quattro minareti scagliati al cielo: non altro. […] Di marmo candido, eterno, eppure sembra fatto della sostanza labile e translucida delle nubi: le nuvole a cumulo, tondeggianti, che s’alzano in questo momento dietro la cupola immacolata, quasi a gareggiare con essa in grazia e candore. [...] L’azzurro del cielo, il candore delle nubi e dei marmi, il bronzo cupo dei cipressi, tutto è riflesso in un gran lago tranquillo che addoppia il miracolo, con il nitore preciso di certi smalti persiani.

Avanziamo quasi increduli, temendo dell’incantesimo creato da un negromante, di uno scenario che debba dileguare come la Fata Morgana; ed ora soltanto mi meraviglio della mole del mausoleo. Il tripudio dei colori mi aveva fatto smarrire il senso della misura. Ma una teoria di pellegrini che sale le scalee sembra una schiera minuscola d’insetti, cosí lenti nel giungere da un portico all’altro. Arriviamo anche noi alla mole che abbaglia. E da presso appare all’occhio abbacinato quanto l’arte costretta alla semplicità assoluta possa tuttavia fare nel marmo, e vediamo il Tai qual è veramente: una mole ed un gioiello, l’edificio d’un Titano e il capolavoro d’un cesellatore moresco, ottenuto con gli scarsi motivi islamitici: ornati geometrici, ghirlande di parole sacre, gracili motivi floreali. Ed anche qui l’onice nerissima, intagliata ed immessa nel marmo con una tecnica sconosciuta al tempo nostro, segue ogni voluta, ogni traforo, aumenta il candore opalescente dell’insieme, come una striscia di kool, tracciata dal pennello sottile sotto la palpebra, aumenta il balenío perlaceo nell’occhio d’una bajadera.

Le porte d’argento – l’argento sul candore del marmo! – riproducono l’intero Corano, a parole scomposte e ricomposte come in una cabala.

Entro nel mausoleo […] dove dormono da tre secoli i coniugi amanti che vollero con l’amore vincere la morte. Poiché tutti sanno che il Tai-Mahal fu eretto dall’imperatore Shah-Zehan, disperato folle per la morte immatura della sposa, la bella Mahal che sorride ancor oggi negli smalti e nelle miniature indo-persiane, morta nel 1618 non di mal sottile, come vuole la leggenda sentimentale di qualche viaggiatore, ma nel dare santamente la luce ad un settimo figlio. E non so dire quanto m’intenerisca questo amore passionale e tragico in quel romanzo onestamente coniugale. Si racconta che il vedovo impazzito, s’aggirasse per le sale della reggia aerea, vivesse come se la sposa fosse sempre con lui, sorridendo, parlando, chiamandola a nome, indicandola ai figli e ai cortigiani allibiti. E la vita che visse ancora fu tutta un’allucinazione passionale, un’amorosa convivenza con il fantasma visibile a lui solo, che egli accompagnava per le terrazze e per i giardini, presentava nei banchetti e nelle feste ai cortigiani e al popolo impietosito.

Da quella demenza è sorto questo miracolo funerario. L’amore ha veramente vinto la morte. Il mausoleo tre volte secolare è intatto come se costruito da ieri. I coniugi amanti dormono vicini, in eterno. Sotto la cupola eccelsa piú di qualunque nostra cattedrale, luminosa, nell’ombra senza finestre, d’una luce sua propria, s’intrecciano con delicati motivi floreali le sentenze del Corano. Sentenze indecifrabili per me, ma che certo devono ripetere ai due amanti le parole che le religioni di tutta la terra dissero in ogni tempo all’amore alla morte.

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Da Poesie sparse

CONGEDO

Anche te, cara, che non salutai

di qui saluto, ultima. Coraggio.

Vïaggio per fuggire altro vïaggio.

In alto, in alto i cuori. E tu ben sai.

 

In alto, in alto i cuori. I marinai

cantano leni, ride l’equipaggio;

l’aroma dell’Atlantico selvaggio

mi guarirà, mi guarirà, vedrai.

 

Di qui, fra cielo e mare, o Benedetta,

io ti chiedo perdono nel tuo nome

se non cercai parole alla tua pena,

 

se il collo liberai da quella stretta

spezzando il cerchio delle braccia, come

si spezza a viva forza una catena.

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Da Poesie sparse

LA PIÚ BELLA

I.

Ma piú bella di tutte l’Isola Non-Trovata:

quella che il re di Spagna s’ebbe da suo cugino

il re di Portogallo con firma suggellata

e Bulla del Pontefice in gotico latino.

 

L’infante fece vela pel regno favoloso,

vide le Fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera

e il Mare di Sargasso e il mare Tenebroso

quell’isola cercando… Ma l’isola non c’era.

 

Invano le galee panciute a vele tonde,

le caravelle invano armarono la prora:

con pace del Pontefice l’isola si nasconde,

e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.

II.

L’isola esiste. Appare talora di lontano

Tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:

«…l’Isola Non-Trovata!» Il buon Canarïano

dal Picco alto di Teyde l’addita al forestiero.

 

La segnano le carte antiche dei corsari.

… Hisola da-trovarsi?… Hisola pellegrina?…

È l’isola fatata che scivola sui mari;

talora i naviganti la vedono vicina…

 

Radono con le prore quella beata riva:

tra fiori mai veduti svettano palme somme,

odora la divina foresta spessa e viva,

lacrima il cardamòmo, trasudano le gomme…

 

S’annuncia col profumo, come una cortigiana,

l’Isola Non-Trovata… Ma, se il piloto avanza,

rapida si dilegua come parvenza vana,

si tinge dell’azzurro color di lontananza…

 

17.9.2016

 

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